Quando l’arroganza e la presunzione diventano discriminazione interna alla comunità LGBTQIA+
di Fabrizio Quattrini, PhD
Il mese del Pride anche quest’anno sta giungendo alla fine e dopo avere partecipato a parate e relazionato a talk, dibattiti e presentazioni di presunti manoscritti a tema LGBTQIA+, credo sia necessario dare voce ad un fenomeno che negli ultimi anni sembra essere esploso, deflagrando irreparabilmente: il paradosso dell’inclusione e l’ostilità orizzontale nella comunità LGBTQIA+. Una violenza orizzontale appunto, che, senza colpo ferire, miete vittime inconsapevoli all’interno della stessa comunità, lasciando increduli e spesso basiti coloro che ne sono colpiti. Le comunità minoritarie nascono storicamente come spazi di rifugio e solidarietà contro la discriminazione esterna. Tuttavia, la letteratura scientifica degli ultimi quindici anni documenta con crescente chiarezza un fenomeno apparentemente paradossale: all’interno delle stesse comunità minoritarie si sviluppano dinamiche di esclusione, giudizio e ostilità dirette non verso l’oppressore esterno, ma verso i propri pari.
Questo fenomeno fu inquadrato già nel 1970 da Paulo Freire — mentre, in parallelo, nasceva la lotta per i diritti delle comunità LGBT — nella Pedagogia degli oppressi. L’Autore descriveva come i membri di gruppi storicamente oppressi possano agire da “sub-oppressori”, riproducendo verso i propri simili le stesse logiche di potere subite dall’esterno. Questo meccanismo, oggi studiato come lateral violence o horizontal hostility, è stato osservato in numerosi contesti di marginalizzazione, dai movimenti indigeni a quelli femministi, fino alle comunità LGBTQIA+.
Per quanto le ricerche scientifiche si sono concentrate sulla salute mentale delle minoranze sessuali studiando gli effetti del “Minority Stress” (Meyer, 2003), Pachankis e collaboratori (2020) hanno introdotto e formalizzato la teoria dello “Stress intra-minoritario” (Intraminority stress theory). Oltre allo stress da discriminazione etorosessista esterna, le persone omosessuali e bissessuali sperimentano stress originato dall’interno della propria comunità. Nel caso specifico emergono aspetti legati alla competizione, allo status sociale e guarda caso anche a ciò che più viene combattuto dalla stessa comunità: esclusione della diversità. Tale costrutto teorico è stato validato anche da studi successivi (Burton, Clark e Pachankis, 2020), evidenziando che tale stress intra minoritario predice esiti di salute mentale indipendentemente da quello “classico” associabile alla eteronormatività.
Più recentemente Chan e Leung (2023) hanno descritto il monosessismo come discriminazione che le persone bisessuali e pansessuali subiscono anche dalla stessa comunità gay e lesbica, spesso percepite come meno autentiche. Analogamente, uno strumento sviluppato da Shepherd e collaboratori (2023) ha rilevato come, all’interno della comunità gay maschile, esistano forme sistematiche di stigmatizzazione legate a razza, espressione di genere ed età: una minoranza che genera a sua volta margini ed esclusi. Anche le frange femministe sembrano non evitare particolari discriminazioni.
A tale riguardo alcune comunità lesbiche alimentano particolari tensioni rivolte alle persone transgender. Una riprova è quella in cui viene rivendicata una identità lesbica che esclude donne lesbiche trangender. A mio avviso, da professionista del settore, ciò che viene criticato è proprio il concetto di “Donna Lesbica con Pene”: le femministe “ortodosse” rivendicano una incongruenza anatomo-funzionale, escludendo temi importanti quali Identità di Genere e Orientamento Sessuale. La letteratura sul “gender-critical feminism”, o più criticamente trans-exclusionary radical feminism (Turnbull-Dugarte, 2023), descrive come parte del movimento femminista escluda le donne trans dalla categoria “donna”, talvolta con argomentazioni speculari a quelle storicamente usate dal patriarcato per delegittimare le donne cisgender stesse.
Quello che emerge, trasversalmente, è un pattern psicologico ricorrente: l’identità minoritaria, quando vissuta come fragile o costantemente minacciata, può generare un bisogno di riaffermazione attraverso la definizione di un “altro” interno da escludere o giudicare. Paradossalmente, gli stessi strumenti retorici della discriminazione — patologizzazione, invalidazione, negazione di legittimità — vengono talvolta reimpiegati da una minoranza contro un’altra minoranza adiacente: lesbiche che negano la legittimità delle identità trans, uomini transgender che accusano uomini gay cisgender di riprodurre dinamiche patriarcali, comunità gay che marginalizzano la bisessualità o la diversità etnica al proprio interno.
Da un punto di vista clinico, questo fenomeno può essere letto come espressione di un conflitto irrisolto tra bisogno di appartenenza e bisogno di distinzione identitaria: per affermare la specificità della propria esperienza, alcuni individui sembrano avere necessità di delegittimare l’esperienza altrui, anche quando questa condivide la medesima origine di marginalizzazione. Rabbia, frustrazione e ignoranza reciproca rispetto alle specificità di ciascuna identità diventano terreno fertile per una frattura interna che indebolisce, più che rafforzare, la capacità collettiva di rivendicare diritti e riconoscimento.
Quando l’identità è invasa dalla rabbia:
narcisismo patologico e aggressività reattiva
La rabbia descrive l’emozione manifesta, ma raramente ne spiega l’origine. Quando un comportamento aggressivo-oppositivo si manifesta in modo sproporzionato rispetto allo stimolo — una domanda, un’osservazione critica, un confronto pubblico — la letteratura clinica suggerisce di guardare a tratti di personalità più stabili, in particolare alle dimensioni patologiche del narcisismo.
Già Kohut (1972), nella sua teoria del sé, descriveva la “rabbia narcisistica” come reazione a una ferita narcisistica: una minaccia, anche minima, all’immagine grandiosa e idealizzata di sé, che il soggetto fatica a integrare con un’autostima reale spesso fragile. Bushman e Baumeister (1998) hanno fornito supporto empirico a questa intuizione clinica attraverso la teoria del “threatened egotism”:
nei soggetti con tratti narcisistici, l'aggressione funge da meccanismo di difesa di un'immagine di sé sopravvalutata quando questa viene messa in discussione da una critica o da un confronto, anche lieve.
Un contributo più recente di Krizan e Johar (2015) ha affinato il quadro distinguendo narcisismo grandioso e narcisismo vulnerabile: è quest’ultimo, caratterizzato da ipersensibilità al giudizio, sfiducia verso gli altri e ruminazione rabbiosa, il predittore più potente di aggressività reattiva e spostata, più della componente grandiosa e apparentemente sicura di sé. Théberge e Gamache (2022) hanno mostrato come la vergogna agisca da mediatore tra narcisismo vulnerabile, tratti borderline e aggressione: il soggetto, sentendosi improvvisamente esposto e sminuito, trasforma la vergogna in collera diretta verso chi ha innescato quella percezione, escludendo il confronto.
A questo quadro si lega un secondo pattern, descritto per la prima volta da Freyd (1997) e approfondito empiricamente da Harsey e Freyd (2020):
il DARVO (Deny, Attack, Reverse Victim and Offender). È la sequenza in cui chi viene messo di fronte a un proprio comportamento problematico nega l'accaduto, attacca la credibilità di chi lo ha sollevato e infine si presenta pubblicamente come la vera vittima, invertendo i ruoli.
Ricerche più recenti hanno associato l’uso di questa strategia a tratti del cosiddetto “dark triad”, narcisismo, machiavellismo, psicopatia, verificandone anche l’efficacia persuasiva su chi osserva la vicenda solo a posteriori, senza aver assistito all’episodio originario. Immaginare quanto questo fenomeno possa essere oggi dilagante per merito dei social è la riprova di una società, anche quella appartenente alla comunità LGBTQIA+, in seria difficoltà. Una difficoltà che sembra andare solo superficialmente verso i diritti e le alleanze, e che in profondità alimenta substrati di egoismo e rabbia. Una rabbia egocentrata che, paradossalmente, ricorre agli stessi meccanismi di delegittimazione e intolleranza storicamente usati da chi ha negato dignità e diritti alla comunità stessa, in nome di una presunta “normalità”.
È importante sottolineare che questi costrutti — narcisismo grandioso e vulnerabile, vergogna, DARVO — descrivono dimensioni di personalità lungo un continuum, misurabili clinicamente solo attraverso una valutazione strutturata e diretta, e non costituiscono etichette diagnostiche da attribuire sulla base di un singolo episodio osservato da una sola prospettiva. Restano, però, strumenti concettuali utili per comprendere perché un confronto pubblico su temi identitari possa talvolta trasformarsi, in presenza di simili tratti, in un’escalation aggressiva seguita da una narrazione successiva radicalmente distorta, un fenomeno che si aggiunge, senza sostituirla, alla più ampia cornice della violenza orizzontale interna alla comunità descritta in precedenza.
Essere liberi, in questa prospettiva, non può significare imporre la propria narrazione identitaria come unico paradigma valido, né giudicare chi vive un’esperienza diversa dalla propria. Significa garantire a ciascuno il diritto all’autorappresentazione, in un confronto che resti aperto, informato e rispettoso: condizione necessaria perché una comunità plurale come quella LGBTQIA+ possa funzionare, prima ancora che come movimento politico, come spazio di reciproco riconoscimento.
Riferimenti bibliografici
- Freire, P. (1971). La pedagogia degli oppressi (L. Bimbi, Trad.). Mondadori, Milano.
- Meyer, I. H. (2003). Prejudice, social stress, and mental health in lesbian, gay, and bisexual populations: Conceptual issues and research evidence. Psychological Bulletin, 129(5), 674–697.
- Pachankis, J. E., Clark, K. A., Burton, C. L., Hughto, J. M. W., Bränström, R., & Keene, D. E. (2020). Sex, status, competition, and exclusion: Intraminority stress from within the gay community and gay and bisexual men’s mental health. Journal of Personality and Social Psychology, 119(3), 713–740.
- Burton, C. L., Clark, K. A., & Pachankis, J. E. (2020). Risk from within: Intraminority gay community stress and sexual risk-taking among sexual minority men. Annals of Behavioral Medicine, 54(9), 703–712.
- Chan, R. C. H., & Leung, J. S. Y. (2023). Monosexism as an additional dimension of minority stress affecting mental health among bisexual and pansexual individuals in Hong Kong: The role of gender and sexual identity integration. Journal of Sex Research, 60(5), 704–717.
- Shepherd, B. F., Maki, J. L., Zelaya, D. G., Warner, Ş., Wilson, A., & Brochu, P. M. (2023). Development and validation of the Gay-Specific Intraminority Stigma Inventory (G-SISI): Initial evidence underpinned by intraminority stress theory. European Journal of Investigation in Health, Psychology and Education, 13(1), 170–186.
- Turnbull-Dugarte, S. J. (2023). “Protect the women!” Trans-exclusionary feminist issue framing and support for transgender rights. Policy Studies Journal.
- Kohut, H. (1972). Thoughts on narcissism and narcissistic rage. The Psychoanalytic Study of the Child, 27(1), 360–400.
- Bushman, B. J., & Baumeister, R. F. (1998). Threatened egotism, narcissism, self-esteem, and direct and displaced aggression: Does self-love or self-hate lead to violence? Journal of Personality and Social Psychology, 75(1), 219–229.
- Krizan, Z., & Johar, O. (2015). Narcissistic rage revisited. Journal of Personality and Social Psychology, 108(5), 784–801.
- Théberge, D., & Gamache, D. (2022). An appraisal of narcissistic rage through path modeling. Journal of Interpersonal Violence, 38(1–2), NP796–NP818.
- Freyd, J. J. (1997). Violations of power, adaptive blindness, and betrayal trauma theory. Feminism & Psychology, 7(1), 22–32.
- Harsey, S., & Freyd, J. J. (2020). Deny, attack, and reverse victim and offender (DARVO): What is the influence on perceived perpetrator and victim credibility? Journal of Aggression, Maltreatment & Trauma, 29(8), 897–916.

